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L’ossario di Giacomo
"Cinque parole
scolpite nella pietra hanno attraversato, ignorate, duemila anni di storia, fino
a quando hanno incontrato gli occhi esperti di chi ha saputo coglierne il
significato": così esordisce un articolo di Massimo Murianni apparso sulla
rivista scientifica Newton (Un fratello di nome Gesù, n° 12 del
Dicembre 2002). Gli "occhi esperti" sono quelli di André Lemaire (professore di
Filologia ed Epigrafia ebraica presso la Sorbona di Parigi), il quale,
trovandosi a Gerusalemme, ha conosciuto un collezionista di reperti archeologici
che gli ha mostrato quella che è la prima testimonianza archeologica
dell’esistenza di Gesù di Nazaret: un ossario recante un’iscrizione in aramaico
(vale a dire quella lingua semitica occidentale che si parlava ai tempi di Gesù
in Siria, Mesopotamia e Palestina). L’oggetto in questione è un’urna nella quale
furono deposti i resti di un defunto, una scatola di pietra calcarea che pare
sia stata rinvenuta nei pressi del Monte degli Olivi (ad Est di Gerusalemme,
quel Getsemani ove Gesù passò le ultime ore di libertà e da dove, secondo
il Vangelo, è salito al cielo dopo la risurrezione) e che è larga 25 cm., alta
30,5, lunga 0,50 alla base e 56 in alto. Questa è l’iscrizione:
Ya’acob
bar Yosef akhui Yeshùa,
ossia:
Giacomo figlio (di)
Giuseppe fratello (di) Gesù.
Il Lemaire ha
prontamente pubblicato la sua scoperta sulla più autorevole rivista del settore,
la Biblical Archaeology Review (Burial Box of James the brother of
Jesus, n° 6, Novembre/Dicembre 2002), spiegando che le lettere
dell’iscrizione sono state incise con un carattere corsivo usato solo fra il 10
e il 70 d.C. e che l’urna è di quelle che gli ebrei adoperarono per i riti
funebri nel periodo compreso tra il 20 e il 70 d.C.; la pratica (chiamata in
latino ossilegium) fu interrotta ai tempi della distruzione di
Gerusalemme da parte dei Romani, per l’appunto nel 70 d.C. Questi aspetti sono
fondamentali, poiché Giacomo "fratello di Gesù", secondo le testimonianze degli
storici Egesippo (Upomnémata, I secolo d.C.), Flavio Giuseppe (Antichità
Giudaiche, I d.C.) ed Eusebio (Storia Ecclesiastica, IV d.C.), morì
martire verso il 62 d.C. Da notare che l’espressione "fratello di Gesù" è usata
sia dal Nuovo Testamento sia – come si dirà – dagli storici appena citati.
Il parere di
Lemaire sull’autenticità del reperto è stato confermato dal laboratorio del
Geological Survey dello Stato d’Israele, dopo un’accurata analisi dell’urna e
della relativa iscrizione, iscrizione sulla quale la patina (quello strato di
sedimenti che si forma col tempo su un oggetto antico – specialmente se a
contatto con la terra – e che, in qualche modo, racconta la storia dello stesso)
aderisce perfettamente alla roccia, il che significa che non è stata aggiunta
dopo l’incisione da qualcuno che volesse creare un falso; inoltre,
nell’incisione dell’urna non sono state trovate tracce di elementi sospetti (ad
esempio, pigmenti moderni) né segni dovuti ad attrezzi o strumenti usati
successivamente alla costruzione.
L’ossario è stato
successivamente trasferito al Royal Ontario Museum di Toronto (Canada) ove è
stato esposto per la prima volta nel Novembre 2002; nello stesso mese il Museo
ha anche convocato una giuria di esperti che, alla presenza di numerosi altri
studiosi provenienti da Canada, Stati Uniti ed Europa, e di un folto pubblico,
hanno dichiarato – concordemente e senza esitazioni – l’autenticità reperto.
Per quando riguarda
la questione se l’urna parli effettivamente di Gesù di Nazaret, di suo padre
Giuseppe e di suo fratello Giacomo, le difficoltà potrebbero essere costituite,
prima di tutto, dal fatto che l’iscrizione non menziona né il soprannome di
Giacomo (detto "il Giusto", come risulta dalla Storia Ecclesiastica di
Eusebio) né la provenienza di Gesù da Nazaret o il suo titolo di "Messia" (o
"Cristo", che è lo stesso); poi, dalla considerazione che i tre nomi in
questione erano al tempo piuttosto comuni. Il Lemaire ha però sviluppato,
riguardo a quest’ultimo problema, un convincente ragionamento, che di seguito
sintetizziamo.
Basandosi sui nomi
ritrovati nelle iscrizioni dell’epoca e considerando che Gerusalemme, nel primo
secolo, contava circa 40mila abitanti, è ipotizzabile (in base a una serie di
calcoli) che solo una ventina di persone potessero, in quel ristretto periodo,
chiamarsi Giacomo e avere al tempo stesso per padre un Giuseppe e per fratello
un Gesù. Considerando poi che non era usanza incidere sull’ossario la citazione
del fratello del defunto, a meno che quel fratello non fosse un personaggio
molto noto, ci si domanda: quanti, in quel momento, fra i circa venti "Giacomo,
figlio di Giuseppe e fratello di Gesù", potevano avere un fratello di nome Gesù
così famoso da farne iscrivere il nome sull’urna? Il "Gesù" per eccellenza, in
quel periodo, era uno solo. Ricordiamo che (sempre secondo lo storico cristiano
Eusebio) Giacomo il Giusto morì proprio rendendo pubblica testimonianza della
propria fede nel Messia Nazareno.
I "Giacomo" del Nuovo Testamento
Il Nuovo Testamento
parla di quattro "Giacomo" (tre dei quali furono molto vicini a Gesù) che non
vanno confusi. Il Giacomo che ci interessa non è Giacomo padre dell’apostolo
Giuda Taddeo (Mt 10:3; Lc 6:16), né alcuno dei due Giacomo che facevano parte
dei dodici, ossia Giacomo figlio di Zebedeo (fratello dell’apostolo Giovanni e
detto "il Maggiore", ucciso dal re Erode Agrippa II intorno al 44 d.C.: Mt
4:21-22, 10:2; At 12:2) e Giacomo figlio di Alfeo (Mt 10:3, 27:56, ecc.), detto
"il Minore" o "il Piccolo".
Il nostro Giacomo è
Giacomo "fratello di Gesù" (Mt 13:55-56; Mc 6:1-3), il quale, inizialmente, al
pari degli altri fratelli, non credeva in Gesù Messia (Gv 7:5), ma iniziò a
farlo dopo la risurrezione (1Cor 15:7). Era senz’altro fra i fratelli di Gesù
quando essi cercarono di parlare al Maestro attorniato dalla folla (credendo che
fosse impazzito: Mt 12:46-47; Mc 3:21.31-32; Lc 8:19-20), quando accompagnarono
Gesù verso Cafarnao (Gv 2:12) e quando tentarono di convincerlo a recarsi in
Giudea in occasione della festa delle Capanne (Gv 7:2-4). Fu, sempre assieme
agli altri fratelli di Gesù e alla mamma Maria, nel gruppo dei discepoli che
attendevano la discesa dello Spirito Santo in At 1:12-14, ed ebbe presto un
ruolo preminente nella chiesa di Gerusalemme (Gal 1:19, 2:1-13; At 12:17,
15:4ss., 21:17-26). Dal brano di 1Cor 9:5, desumiamo che era sposato. Come
abbiamo già ricordato, fu ucciso attorno al 62 d.C. è autore della lettera
neotestamentaria che porta il suo nome.
La testimonianza di Matteo, Marco e Paolo
Le testimonianze
archeologiche e storiche in generale sono importanti, in quanto possono – come
in tanti casi è già avvenuto – corroborare quanto dichiarato dalla Parola di Dio
e rafforzare nel convincimento dell’attendibilità della stessa. Ma l’ossario di
Giacomo – la cui scoperta è certamente ben accolta da chi crede nella Bibbia –
non fa che riportare a galla un’antica questione e polemica, che può benissimo
essere risolta anche con le sole Sacre Scritture (ho scelto, per i brani
riportati per esteso, La Bibbia Concordata, A. Mondadori, Milano 1982) .
Prendiamo dunque spunto dal ritrovamento di questo reperto per ribadire quanto
il Nuovo Testamento ci dice sull’argomento.
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"E avvenne che Gesù, quando ebbe terminato queste parabole,
partì di là. E, venuto nella sua patria, li istruiva nelle loro sinagoghe, in
modo che essi ne erano stupiti e dicevano: "Donde gli viene questa sapienza e
i miracoli? Non è costui il figlio del falegname? Sua madre non si chiama
Maria e i suoi fratelli Giacomo, Giuseppe, Simone e Giuda? Le sue sorelle non
sono tutte fra noi? Donde vengono dunque a costui tutte queste cose?""
(Mt 13:55-56).
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""Non è costui il falegname, il figlio di Maria e il fratello
di Giacomo, di Giuseppe, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle non sono qui
con noi?" E si scandalizzavano di lui" (Mc 6:3).
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"Poi, dopo tre anni, salii a Gerusalemme per visitare Cefa
[Pietro] e rimasi presso di lui quindici giorni;
ma non vidi alcun altro apostolo, all’infuori di Giacomo, fratello del
Signore" (Gal 1:18-19). (N.B. = In questo contesto, come spesso avviene
nel Nuovo Testamento – es. Rm 1:1, 16:7 –, "apostolo" è inteso in senso lato
come inviato del Signore, non come appartenente al ristretto gruppo dei
dodici).
Da questi passi biblici (l’ultimo riportato è dell’apostolo Paolo) apprendiamo
che Gesù aveva ben quattro "fratelli" (citati per nome) e almeno due "sorelle"
(visto che sono ricordate al plurale) e che anche Paolo – giunto alla fede
diversi anni dopo i dodici – usava l’espressione "fratello del Signore" per
riferirsi a Giacomo. Stando così le cose, non ci dovrebbe essere alcun problema
nel ritenere che la famiglia stretta di Gesù fosse composta da: Giuseppe (finché
visse, perché dall’episodio di Gesù dodicenne al tempio – Lc 2:39-52 – si perde
di lui ogni traccia nel Nuovo Testamento), e poi Maria, quattro figli e due o
più figlie. Perché, allora, tante difficoltà – da parte cattolica –
nell’ammettere ciò? Il problema non sta tanto nel testo biblico quanto nel
successivo sviluppo della teologia cattolica, che ha voluto dogmatizzare sulla
perpetua verginità di Maria, ossia sul fatto che ella non solo era vergine
quando concepì e poi partorì Gesù (il che è in armonia col Vangelo: Mt 1:18; Lc
1:26-38), ma rimase tale anche durante e dopo il parto e per sempre; in pratica,
secondo la tradizione cattolica Maria non ebbe mai altri figli oltre a Gesù.
La posizione cattolica a confronto col Nuovo Testamento
Per difendere
questa difficile posizione, la dottrina cattolica (traggo le informazioni dal
Catechismo della Chiesa Cattolica del 1993 e dal Catechismo degli adulti
del 1995, entrambi facilmente consultabili) afferma principalmente quanto sotto
riportato e, di seguito, da me confutato.
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Secondo un’espressione non insolita nell’Antico
Testamento, per fratelli e sorelle si dovrebbe intendere "parenti prossimi" o
"cugini", perché in ebraico e aramaico (le due lingue in cui fu scritto
l’Antico Testamento e che si parlavano nei luoghi e ai tempi di Gesù) esiste
un solo termine per indicare "fratelli" e "cugini" o "parenti".
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Ma questa spiegazione non regge. Intanto,
l’Antico Testamento sa comunque specificare le parentele, ad esempio dicendo
"figlio del fratello", "figlio del figlio" o "figlio dello zio" (Gn 14:12,
45:10; Lv 10:4, 25:49). Soprattutto, però, il testo originale del Nuovo
Testamento non è ebraico o aramaico, bensì greco; e il termine greco usato è
adelfòs, che significa "fratello" e non "cugino". Gli autori
neotestamentari sanno usare un termine specifico per "parente" (sunghenès:
Lc 1:36.58.61, 2:44; Mc 6:4), uno per "cugino" (anepsiòs: Col 4:10) e
uno per "fratello" (adelfòs: Mt 14:2; Mc 1:16.19, 3:17, 13:12, ecc.).
L’apostolo Paolo, ebreo che padroneggiava benissimo il greco, usava
sunghenès per parente (Rm 16:11), anepsiòs per cugino (Col 4:10) e
adelfòs per fratello (Gal 1:19 – e in questo caso, come s’è già visto,
parla proprio di Giacomo "fratello del Signore"!). Quando si tratta dei
fratelli di Gesù, insomma, si usa adelfòs: è mai possibile che gli
scrittori sacri siano stati così disavveduti, specialmente considerando che –
secondo la Chiesa cattolica – la dottrina della perpetua verginità di Maria
sarebbe cosa fondamentale?! Si noti, fra l’altro, che tanti credenti e
scrittori cristiani dei primissimi secoli d.C. non avevano nessun problema a
credere nella famiglia di Gesù così come descritta nel Nuovo Testamento.
Inoltre, c’è da dire che, per sostenere la perpetua verginità di Maria, i
catechismi citati non sono mai in grado di fare riferimento alla Bibbia, e
devono accontentarsi di citare papi come Leone Magno (440-461 d. C.) o Pio IV
(1559-1565), concili come Costantinopoli II (553) o Vaticano II (1962-65), o
sinodi come quello del Laterano del 649. In tal modo, la dottrina di Maria
sempre vergine sarebbe per il cattolicesimo un "approfondimento della fede",
come dice il Catechismo degli adulti. Ma approfondire è un conto,
stravolgere e inventare un altro! La semplicità del testo biblico – in ciò molto
diverso rispetto alle azzardate elaborazioni della teologia cattolica – è
perfettamente rilevabile anche in un importante passo (Mt 1:24-25) che, però, il
testo ufficiale della Conferenza Episcopale Italiana (C.E.I.) e la versione
cattolica de La Bibbia di Gerusalemme hanno tradotto male, ripercorrendo
in ciò tristi esperimenti di adulterazione del passato.
Le versioni
cattoliche in questione, infatti, recitano entrambe così:
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La Bibbia. Testo ufficiale della C.E.I.
(1974) e La Bibbia di Gerusalemme (EDB, prima edizione 1974):
"Destatosi dal sonno, Giuseppe fece come gli aveva ordinato l’angelo del
Signore e prese con sé la sua sposa, la quale, senza che egli la conoscesse
[traduzione letterale dell’eufemismo biblico che indica i rapporti sessuali –
cfr. Gn 4:1; 1Sm 1:19 93], partorì un figlio, che egli chiamò Gesù".
Vediamo ora altre due versioni cattoliche:
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I Vangeli (Cittadella Ed., 1978):
"Giuseppe si svegliò e fece come gli aveva prescritto il Signore: prese Maria
in sposa. Ma non ebbe rapporti con lei, finché nacque il bambino al quale
impose il nome di Gesù".
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La Bibbia. Nuovissima versione dai testi originali
(Ed. Paoline, 1983): "Destatosi dal sonno, Giuseppe fece come gli aveva
ordinato l’angelo del Signore e prese con sé la sua sposa, ma non si accostò a
lei, fino alla nascita del figlio che egli chiamò Gesù".
Ecco ora due versioni interconfessionali, con
importante presenza di traduttori cattolici:
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La Bibbia Concordata (già citata):
"Svegliatosi Giuseppe dal sonno, fece come gli aveva comandato l’angelo del
Signore e prese con sé la sua sposa, ma non la conobbe fino a che partorì un
figlio cui mise nome Gesù".
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Parola del Signore. La Bibbia in lingua corrente
(Elle Di Ci, 1985): "Quando Giuseppe si svegliò, fece come l’angelo di Dio
gli aveva ordinato e prese Maria in casa sua. E senza che avessero avuto fin
allora rapporti matrimoniali, Maria partorì il bambino e Giuseppe gli mise
nome Gesù".
Infine, vediamo le due più diffuse versioni
protestanti:
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La Nuova Diodati (La Buona Novella,
1991): "E Giuseppe, destatosi dal sonno, fece come l’angelo del Signore gli
aveva comandato e prese con sé sua moglie; ma egli non la conobbe, finché ella
ebbe partorito il suo figlio primogenito, al quale pose nome Gesù".
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Nuova Riveduta (Società Biblica di
Ginevra, 1994): "Giuseppe, destatosi dal sonno, fece come l’angelo del
Signore gli aveva comandato e prese con sé sua moglie; e non ebbe rapporti
coniugali finché non ebbe partorito un figlio; e gli pose nome Gesù".
Le parti che abbiamo riportato in grassetto fanno subito intendere quale sia il
problema: con estremo candore, la Parola di Dio insegna che Maria fu vergine
fino a quando partorì Gesù, e che suo marito non ebbe rapporti sessuali con lei
finché ella non partorì. Il testo originale greco contiene inequivocabilmente
quel "finché…" (la congiunzione temporale éos, che indica la fine di
un’azione e l’inizio di un’altra), come la gran parte delle versioni in
commercio testimoniano. Perché, allora, il testo ufficiale C.E.I. (ripreso anche
dalla recente La Bibbia per la famiglia, a cura di Gianfranco Ravasi,
un’opera prodotta fra il 1993 e il 1999 ed edita a fascicoli sul settimanale
"Famiglia Cristiana") e La Bibbia di Gerusalemme (già citata) traducono
"senza che egli la conoscesse"? Perché togliere quel "finché"? Ovviamente,
perché è molto scomodo, ma dobbiamo riconoscere che altri traduttori cattolici,
invece (ne abbiamo visti due esempi) hanno avuto l’onestà di inserirlo. Perché
quel "finché" sia scomodo è evidente: se Maria fosse rimasta sempre vergine, e
se tale dottrina fosse stata così importante per gli autori sacri come lo è per
il cattolicesimo, l’evangelista, a scanso d’equivoci, avrebbe scritto "non la
conobbe mai", o qualcosa di simile. Quel "finché", come in tanti altri casi
analoghi, indica chiaramente un cambiamento di condizione (si leggano, fra i
tanti, passi come Mt 2:9.13.15, 13:33; Mc 6:10; Lc 1:80; 1Tm 4:13).
Insomma, per chi
s’accosta alla Parola di Dio con la semplicità, la serietà e l’amore per la
verità che devono contraddistinguere il credente e ogni lettore imparziale, non
può esservi dubbio: Giuseppe, dopo che fu nato Gesù (non prima, certo!), fu
libero di "conoscere" Maria e, con tutta naturalezza, lo fece: il risultato
furono i fratelli e le sorelle di Gesù, in una normalissima famiglia ebraica del
tempo. Normalissima salvo la presenza, in mezzo ad essa, del Figlio di
Dio, concepito per opera dello Spirito Santo.
Appunti finali
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In Mt 4:18.21 troviamo detto che Simone detto
Pietro e Andrea erano fratelli, e si usa il termine di cui abbiamo detto sopra
(adelfòs). Perché tutti danno per scontato che fossero fratelli
carnali, e non semplici parenti o cugini? La risposta è molto semplice: perché
non c’è alcun interesse, da parte di nessuno, di sostenere la perpetua
verginità della mamma di Pietro e Andrea!
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Che la tendenza a trasferire il giusto omaggio
dovuto a Gesù su sua madre sia stata forte fin dall’inizio, lo dimostra un
significativo episodio riportato da Lc 11:27-28: "E avvenne che, mentre
egli [Gesù] parlava, una donna alzò la voce dalla folla e gli disse:
"Beato il grembo che ti ha portato e le mammelle che hai succhiato". Ma egli
disse: "Beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in
pratica"". Questo primo, quasi ingenuo anelito verso una venerazione
mariana (prontamente stigmatizzato da Gesù), ha assunto nei secoli proporzioni
enormi e imprevedibili, stabilendo, di fatto, un vero e proprio culto
parallelo e non in linea con quella Parola di Dio che Gesù ha invece esortato
ad ascoltare e mettere in pratica. Un vero discepolo di Gesù deve provare per
Maria tutto l’amore e il rispetto dovuti ai grandi personaggi della Bibbia, ma
è proprio per amore e per rispetto che a nessuno di essi va mai attribuito
nulla di più di quanto la Bibbia insegna. Mai vediamo Maria venerata dai
cristiani nel Nuovo Testamento, né mentre era in vita né anni o decenni dopo
la sua morte. Oggi si stampano libri su libri e dizionari di mariologia
(dottrine relative alla venerazione a Maria), ma quasi nulla di quanto si
scrive trova riscontro nella Bibbia.
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