Di seguito vi proponiamo alcune parti

 

tratte dall’opera

 

“Alle radici della dottrina apostolica 2”

 

Studi dai testi originali in lingua greca

 

 dell’epistola agli Efesini

 

 

 

Edizione Aprile 2003

  

Ogni diritto è riservato

 

 

 

 

 

 

 

 

Presentazione


 

 

 

ý Alle radici della dottrina apostolica 2

 

 

 

 

 

 

 

 

a) Il Corso: i tempi, le metodologie e gli strumenti.

 

Il Corso “Alle radici della dottrina apostolica” (2a edizione) ovvero “Introduzione allo studio dell’epistola agli Efesini” quest’anno si incentrerà sullo studio dell’epistola agli Efesini, che sarà esaminata durante i cinque incontri in programma con riferimento costante ai testi originali in lingua greca.

L’impostazione del Corso è dunque simile a quello del Corso dell’anno 2002, che prendeva in esame invece l’epistola ai Romani.

Anche per questa nuova edizione del Corso “Alle radici della dottrina apostolica” è doveroso fare una premessa di ordine epistemologico: questo Quaderno di lavoro è soltanto un’anticamera, un primo ingresso allo studio dell’epistola agli Efesini. Questa “stanza d’ingresso” è stata realizzata perché gli elementi d’introduzione siano ben “metabolizzati” dagli amanti della Bibbia, per avviare percorsi di ricerca e di approfondimento funzionali ad una conoscenza più accurata e profonda del testo sacro.

Il cardine su cui ruota anche quest’anno il corso è una linea esegetica che pone il testo greco al centro di tutte le attività didattiche e di tutti i processi interpretativi.

La conoscenza della lingua originale e l’analisi delle parole chiavi della dottrina apostolica è, a mio avviso, una condizione irrinunciabile per chi vuole, tornando indietro nei secoli, avvicinarsi il più possibile ai tempi degli apostoli e della chiesa primitiva, addentrarsi nell’universo storico e culturale in cui vissero e con il quale si confrontarono, per orientarsi verso una conoscenza più completa ed esaustiva dei testi sacri.

 

b) Come è strutturato il “Quaderno di Lavoro”?

 

Il “Quaderno di lavoro” d’introduzione allo studio dell’epistola agli Efesini è strutturato in sette sezioni, che interagiscono tra loro.

Innanzi tutto vi è la sezione TESTI, in cui sarà possibile consultare il testo originale in lingua greca tratto dall’edizione critica del Merk, le traduzioni del Diodati (La Sacra Bibbia, libreria sacre scritture, Roma) e del Luzzi (La Sacra Bibbia, versione riveduta, Libreria Sacre Scritture Roma 1990) , e di seguito, la traduzione diretta dal testo greco in una versione letterale di D. Solina.

Sul piano metodologico la prima sezione dedicata ai TESTI è fondamentale e imprescindibile perché proprio da questa porta d’ingresso ineludibile si entra progressivamente all’interno delle stanze della Parola.

Potremmo dire: dal cortile al Luogo santo e, successivamente, per ulteriore grazia, al Luogo santissimo. Così proveremo con l’aiuto di Dio di  procedere da  un ambito di esegesi strettamente storico-letterale ad una sfera di conoscenza via via  sempre più profonda e spiritualmente elevata.

La seconda sezione riguarda le NOTE LESSICALI e contiene centodiciassette note relative a termini chiave della dottrina degli apostoli analizzati sotto il profilo semantico e linguistico, ma sempre in relazione al contesto biblico ed ecclesiastico in cui sono appunto inseriti.

La terza sezione è quella degli APPROFONDIMENTI. In essa sono state incluse alcune schede di approfondimento delle principali tematiche trattate nell’ambito delle quattro unità didattiche e alcuni documenti utili per un ulteriore approfondimento dell’argomento oggetto di studio.

Nella quarta sezione chiamata LABORATORIO, invece, si potranno trovare alcune tipologie di esercizi necessarie per la verifica degli apprendimenti e delle conoscenze acquisite.

Di seguito, nella sesta sezione, denominata TAVOLE CRONOLOGICHE, sono state collocate le tavole cronologiche anche perché le coordinate storiche-temporali costituiscono una parte integrante dell’esegesi biblica.

Infine, la settima sezione chiamata CARTE GEOGRAFICHE, che, in stretta correlazione con la precedente, fornisce un quadro geografico sicuramente valido come strumento complementare per la visualizzazione dei luoghi della Bibbia e degli itinerari apostolici.

Naturalmente , durante il corso utilizzeremo strumenti di vario genere quali lavagne tradizionali, lavagne luminose od altro che potrà rendere più efficace e chiaro l’insegnamento degli argomenti biblici.

 

Buon lavoro!

 

 

 

Introduzione


 

 

 

ý Alle radici della dottrina apostolica 2

 

 

 

 

 

 

 

 

1) L’epistola agli Efesini tra cristologia ed ecclesiologia.

 

L’epistola agli Efesini è una delle più ricche e doviziose lettere paoline sul piano cristologico ed ecclesiologico, perchè illustra gli aspetti fondamentali relativi a Gesù Cristo e alla sua chiesa.

Infatti l’intera epistola trae il suo sviluppo da alcuni nuclei dottrinali fondamentali:

 

1.     Gesù Cristo è il capo supremo della chiesa (Ef. 1:21-22), ma anche di principati, potestà, potenze, signorie etc…

2.     La chiesa è il <<corpo di Cristo>> il compimento (in greco pléroma) di colui che compie ogni cosa in tutti (Ef. 1:23).

 

Si tratta soprattutto di  un’epistola cristocentrica, poiché pone al suo centro Gesù Cristo nelle vesti di Redentore (Ef. 1:7), di Capo di tutte le cose sia nei cieli sia sulla terra (Ef. 1:10), di Vivificatore dei peccatori (Ef. 2:1), di Pace nostra, di Autore di un solo popolo e dell’uomo nuovo (Ef. 2:14-15), di Riconciliatore tra Dio e l’uomo (Ef. 2:16), di Pietra angolare dell’edificio di Dio, che è la chiesa (Ef. 2:20-21). Gesù Cristo è altresì colui che attua il proponimento eterno del Padre nella pienezza dei tempi (Ef. 1:9-12; Ef. 3:11) e colui che produce con il suo sacrificio in croce il <<poiema>> di Dio, vale a dire la sua opera d’arte pregiata e raffinata, unica nel suo genere: la Chiesa.

Egli è colui che disceso nelle <<parti più basse della terra>> ed è colui che è salito al di sopra di tutti i cieli (Ef. 4:10), è anche colui che ha arricchito la chiesa con doni speciali chiamati ministeri  donando <<alcuni come apostoli , altri come profeti, altri come evangelisti e altri come pastori e dottori, per il perfezionamento dei santi, per l’opera del ministerio e per l’edificazione del corpo di Cristo>> (Ef. 4:1-12).

Gesù Cristo è il <<mistero tenuto nascosto nella altre età>>, che i profeti e i santi dell’Antico Patto bramavano conoscere, ma che è stato rivelato nella pienezza dei tempi soltanto agli apostoli e ai profeti del Nuovo Patto, che ne sono divenuti depositari e amministratori. Dalla lettura dell’epistola agli Efesini possiamo osservare che l’apostolo Paolo perviene alla conoscenza della profondità del mistero di Cristo né attraverso studi accademici o ricerche teologiche (pur essendo un ex fariseo e un profondo conoscitore dei testi sacri), né presso una scuola di rabbini o di professori di teologia biblica, ma esclusivamente per rivelazione divina (Ef. 3.3).

 

2) Un’epistola sicuramente paolina.

 

Una delle questioni più dibattute in campo filologico e teologico è quella relativa alla paternità paolina dell’epistola. Alcuni studiosi sostengono che l’epistola non sia da attribuire a Paolo sia per ragioni lessicali sia per ragioni stilistiche e dottrinali.

Le argomentazioni di questi teologi risultano invero alquanto fragili ed evanescenti, e la loro debolezza appare ancora più evidente quando essi asseriscono che l’autore abbia utilizzato l’espediente della pseudonimia. In realtà affermano i critici della paternità paolina della lettera – l’epistola è stata scritta da un discepolo di Paolo che però ha usato il nome di Paolo per conferire maggiore autorevolezza ai suoi scritti. Niente di più falso e assurdo! Innanzi tutto perché la pseudonimia non è conforme ad un atteggiamento autenticamente cristiano e non era praticata dai primi cristiani. Immaginate un pastore dei nostri giorni che per dar lustro ad un proprio scritto faccia apparire in calce la firma di un pastore più autorevole di lui.

Che cosa penserebbero i destinatari del messaggio di un’azione di questo genere? Sicuramente la giudicherebbero indegna di un cristiano. Ebbene, come si può accettare che un’epistola tanto eccelsa e profonda per le rivelazioni divine che contiene sia stata scritta da un discepolo di Paolo e per lo più mendace?

Peraltro, come si può ritenere quest’epistola non scritta da Paolo soltanto perché nei saluti finali non vengono menzionati per nome i fratelli di Efeso o -cosa ancora più stravagante- perché nei capitoli della lettera compaiono termini nuovi, non utilizzati in altre lettere? È proibito forse ad un apostolo di Cristo attingere ad un vocabolario ricco e operare scelte lessicali nuove?

Coloro che negano la paternità paolina dell’epistola dimenticano inoltre che ad Efeso, capitale della provincia dell’Asia, si costituì una chiesa molto grande e numerosa, e che Paolo probabilmente non volle indicare nella sezione dedicata ai saluti alcuni nomi per non “offendere” nessuno.

E che dire poi del fatto che è molto prausibile che questa epistola , come altre di Paolo, in qualità di “lettera circolare” sia stata letta nelle varie comunità dell’Asia ( Tiatiri, Colosse, Pergamo, Laodicea, ecc.), perché tutte le chiese avessero dei fondamenti dottrinali comuni?

Infatti, il sistema dottrinale rivelato da Dio ed enucleato da Paolo nell’epistola non è valido esclusivamente per una chiesa locale – quella di Efeso – ma lo è per la chiesa universale ed ha una valore metastorico in quanto trascende il tempo in cui visse l’apostolo di Tarso e può e deve essere accettato e attuato anche nelle chiese delle nostre generazioni giunte ormai al terzo millennio. La dottrina rivelata agli apostoli direttamente da Gesù Cristo non è un bel vestito “alla moda” che, dopo qualche anno o generazione, bisogna deporre nel guardaroba perché obsoleto e antiquato. Se è vero che la dottrina cristiana è nata e si è sviluppata in una determinata età storica il I secolo d.C., è pur vero che essa è essenzialmente la rivelazione di Dio per la chiesa di Gesù Cristo, quella ecclesìa di cui parleremo più avanti, costituita dall’insieme dei credenti “chiamati fuori” – a questo ci riporta l’etimologia di ecclesía– per vivere una vita santa e regolata da leggi e insegnamenti eterni, che travalicano ogni tempo e ogni generazione terrena.

 

3) L’apostolo Paolo e la fondazione della chiesa di Efeso.

 

L’apostolo delle genti si sofferma ad Efeso per un breve periodo al ritorno dal suo secondo viaggio missionario, dopo essere stato per una anno e sei mesi a Corinto (vedi Atti 18:11-12).

I giudei lo pregarono di rimanere li più a lungo, ma egli partì per Gerusalemme.

Dopo la sua partenza giunse ad Efeso un giudeo di nome Apollo, convertito a Cristo, molto eloquente e ferrato nelle Scritture (Atti 18:24), che diede inizio all’opera di evangelizzazione in quella città, confutando con grande vigore i giudei pubblicamente e <<dimostrando per mezzo delle Scritture che Gesù  è il Cristo>> (Atti 18:28). Sorsero così i primi discepoli di Cristo anche ad Efeso.

Qualche tempo dopo, Paolo tornò ad Efeso e trovati lì alcuni discepoli chiese loro: <<Avete ricevuto lo Spirito Santo, quando avete creduto?>> (Atti 19:2). I discepoli risposero che non avevano neppure udito che vi fosse lo Spirito Santo. Paolo si accorse peraltro che erano stati battezzati con il battesimo di Giovanni e si mise all’opera per battezzarli secondo l’insegnamento di Cristo.

A questo punto leggiamo quanto scrive Luca, autore degli Atti degli apostoli: <<Udito questo, furono battezzati nel nome del Signore Gesù. E quando Paolo impose loro le mani, lo Spirito santo scese su di loro e parlavano in altre lingue e profetizzavano. Or erano in tutto circa dodici uomini>> (Atti 19:6-7).

Iniziò così una grande opera apostolica anche ad Efeso. Paolo predicò e insegnò il Vangelo di Gesù Cristo nella illustre città dell’Asia per tre anni (Atti 20:31) in pubblico e nelle case, e <<tutti gli abitanti dell’Asia, Giudei e Greci, udirono la parola del Signore Gesù>> (Atti 19:10).

La narrazione degli Atti ci riferisce che <<Dio faceva prodigi straordinari per le mani di Paolo>> (Atti 19:11) e che la potenza di Dio si manifestava con meravigliose guarigioni, con potenti miracoli e liberazioni straordinarie da spiriti maligni.

Un gran numero di maghi e praticanti delle arti occulte si convertirono e bruciarono i loro libri di magia, in presenza di tutti.

Possiamo sostenere a buon diritto che ormai l’ecclesìa, la chiesa di Gesù Cristo aveva una sua fisionomia spirituale e una sua diffusione non solo nella città di Efeso, ma anche nelle contrade circostanti della provincia romana dell’Asia. Il Vangelo di Gesù Cristo trionfava gloriosamente su principati e potestà diaboliche, e la Chiesa cresceva continuamente. Pertanto Luca conclude la parte concernente l’opera apostolica ad Efeso affermando: <<Così la parola di Dio cresceva potentemente e si affermava>> (Atti 19:20).

 

3) Paolo <<prigioniero di Cristo Gesù>> per i gentili.

 

Quando l’apostolo Paolo scrisse l’epistola agli Efesini si trovava a vivere la triste condizione del désmios, cioè del prigioniero incatenato (Ef. 3:1; 4:1; 6:20). Alcuni studiosi sostengono che si tratti della prigionia di Cesarea (Atti 24:27) dell’anno 57-59 d.C., altri che sia quella romana dell’anno 60-67 d.C. (Atti 28:30).

Non sappiamo molto di questo periodo di reclusione sicuramente tribolata e  logorante, soprattutto per il corpo.

L’espressione <<ambasciatore in catene>> usata da Paolo a conclusione dell’epistola (Ef. 6:20) sembra alludere alle condizioni oggettive del tipo di prigionia, che prevedeva per il detenuto le catene ai polsi. Per tali ragioni l’apostolo utilizza il termine greco désmios che vuol dire letteralmente <<colui che è legato>>, proprio perché il suo regime carcerario comportava il legame delle catene a scopo preventivo, per evitare appunto qualsiasi tentativo di evasione. Ma Paolo si considerava un “prigioniero speciale” non degli uomini, ma di Gesù Cristo, per compiere il ministerio del Vangelo presso i Gentili (Ef. 3:1). Secondo la narrazione degli Atti degli apostoli e alcuni studi storici molto accreditati Paolo viveva in una casa presa in affitto (Atti 28:30-31), con una catena stretta al polso destro collegata al polso sinistro della guardia. Era quindi <<guardato a vista>> e la sua libertà personale era rigorosamente limitata dalla presenza continua e asfissiante del soldato assegnato per la sua custodia. Tuttavia quella catena rappresentava per l’apostolo più di un vincolo fisico e materiale: in realtà costituiva un legame d’amore con Cristo e con la Chiesa, di cui egli si gloriava nelle sue epistole apostoliche.

Così la lettera agli Efesini, insieme a quella ai Filippesi, ai Colossesi e a Filemone, forma il gruppo delle <<epistole della prigionia>>, scritte mentre l’apostolo delle genti era recluso in prigione.

Quando la pergamena sulla quale erano state incise le parole dell’epistola uscì dalla stanza in cui Paolo era detenuto e venne affidata a Tichico, latore della lettera (Ef. 6:21-22), profumava d’eternità e di sapienza immortale.  

Quel rotolo sigillato racchiudeva rivelazioni eccelse e gloriose, uscite direttamente dalla bocca di Dio, che avrebbero alimentato migliaia e migliaia di credenti nei secoli successivi e avrebbero fondato e illuminato migliaia di chiese secondo il proponimento eterno di Dio.

In questi giorni cercheremo di studiare l’epistola agli Efesini come se l’avessimo ricevuta pochi istanti prima dalle mani dell’instancabile apostolo, <<prigioniero di Cristo>> per amor della chiesa di ieri e di oggi, e tenteremo altresì, con l’aiuto delle Spirito Santo, di togliere i sigilli per scoprire le profondità insondabili  del mistero di Dio celato in essa  e respirare la fragranza inebriante della dottrina del nostro Signore Gesù Cristo.                                                                                  

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Unità Didattica I

 

 

 

 

L’euloghìa del Padre

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

TRADUZIONI A CONFRONTO

 

Traduzione letterale o calco

Efesini 1:1-23

D. Solina

 

1 Paolo, apostolo di Gesù Cristo per volontà di Dio ai messi da parte1, a quelli che sono in Efeso2 e fedeli in Cristo Gesù:

2 grazia3 a voi e pace da Dio, Padre di noi e del Signore Gesù Cristo.

3 Benedetto il Dio e Padre del Signore di noi Gesù Cristo, che ha benedetto noi in ogni benedizione spirituale nei celesti4 in Cristo, 4 siccome ha scelto per sé noi in lui prima della gettata in basso5 dell’ordine, per essere noi messi da parte (vedi nota 1) e senza macchia6 dinanzi a lui in amore7,

5 avendo destinato in anticipo noi all’adozione come figli8 verso lui, secondo il compiacimento della volontà di lui, 6 verso la lode di gloria della grazia di lui, con la quale Egli ha fatto grazia a noi nell’amato9, 7 nel quale abbiamo la liberazione dietro pagamento di riscatto9 mediante il sangue di lui, il lasciare andare i passi falsi10, secondo la ricchezza della grazia di lui, 8 che egli ha fatto sovrabbondare verso noi in ogni sapienza e intelligenza, 9 spiegando a noi il mistero11, secondo il suo compiacimento che egli aveva stabilito prima in se stesso, 10 per l’amministrazione della pienezza dei tempi  propizi12, per raccogliere sotto un sol capo tutte le cose nel Cristo, quelle nei cieli e quelle sulla terra. 11 In lui, nel quale anche siamo stati designati, essendo destinati in anticipo13 secondo il proposito di colui che tutte le cose opera secondo la decisione14  della volontà di lui, 12 per essere noi a lode di gloria di lui, noi che per primi abbiamo sperato nel Cristo. 13 In lui anche voi, avendo ascoltato la parola della verità, il vangelo della salvezza di voi, in lui anche avendo posto fede, siete stati segnati da un sigillo15 con lo Spirito della promessa, il messo da parte; 14 il quale è caparra16 della eredità di noi verso la liberazione dietro pagamento di riscatto della proprietà personale, verso lode di gloria di lui.

15 Perciò anch’io, avendo udito della vostra fede nel Signore Gesù e l’amore, quello verso tutti i messi da parte, 16 non cesso di rendere grazie per voi facendo menzione nelle preghiere di me, 17 affinché il Dio del Signore di noi Gesù Cristo, il Padre della gloria, dia a voi spirito di sapienza e di scoprimento in conoscenza superiore17 di lui, 18 e illumini gli occhi del cuore di voi, affinché voi sappiate qual è la speranza della chiamata18 di lui, quale la ricchezza della gloria dell’eredità19 di lui nei messi da parte, 19 e quale smisurata grandezza della potenza di lui verso noi che abbiamo fede secondo l’energia della forza della potenza di lui, 20 che ha messo in azione nel Cristo, svegliando20 lui da morti e facendo sedere nella destra di lui nei celesti 21 al di sopra di ogni regno e potestà e potenza e signoria e di ogni nome che si nomina non solo nel secolo questo, ma anche in quello che sta per venire, 22 e tutte cose ha posto sotto i piedi di lui, e lui ha dato capo21 sopra tutte le cose alla chiesa22, 23 che è il corpo23 di lui, la pienezza24 di colui che tutte le cose in tutti riempie.                           

 

 

 

 

 

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Note Lessicali


 

 

 

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ý Alle radici della  dottrina apostolica 2

 

 

 

 

 

 

 

1.    Ai messi da parte: il vocabolo greco àghios significa letteralmente “messo da parte, separato” per un uso sacro. Nelle versioni in lingua italiana àghios è tradotto quindi “santo”.

2.    In Efeso: in alcuni manoscritti l’indicazione geografica <<in Efeso>> è assente. Pertanto, alcuni studiosi hanno ipotizzato che in realtà l’epistola fosse un enciclica destinata non solo alla chiesa di Efeso, ma a tutte le chiese dell’Asia (vedi Introduzione).

3.    Grazia: il termine greco chàris include i significati di <<grazia o bell’aspetto esteriore, bellezza, amabilità, fascino>> (Liddell-Scott). Nel Nuovo Testamento chàris è essenzialmente la grazia di Dio,  che si manifesta soprattutto nel perdono dei peccati e, altresì, nei favori immeritati e gratuiti che Dio elargisce all’uomo rendendolo partecipe di una vita soprannaturale.

4.    Nei celesti: sia Diodati sia Luzzi traducono <<nei luoghi celesti>>. In realtà, nel testo originale la parola <<luoghi>>è assente e la locuzione <<en tois epuranìois>> si traduce letteralmente <<nei celesti>>. L’apostolo Paolo allude alle dimensioni e alle sfere celesti dell’eternità in Cristo, vale a dire governate da Cristo, il capo supremo di tutte le cose visibili e invisibili.

5.    Gettata in basso: la traduzione letterale del greco katabolé rende con efficacia l’idea della creazione come opera interamente divina che discende dall’alto, in contrasto con quanto affermano gli evoluzionisti e molti astrofisici che concepiscono il mondo come un frutto casuale di un’esplosione cosmica (il Big-Bang) degli elementi della materia. Il sostantivo greco  katabolé, infatti, deriva dal verbo katabállo = gettare giù, e indica propriamente una “gettata in basso” di alcuni elementi utili a generare e creare. Nel dizionario di lingua greca Liddell-Scott troviamo: a) deposizione, concepimento, fecondazione; b) fondazione, inizio, creazione.

6.    Senza macchia: il termine greco è àmōmos e indica una persona senza macchia, alla quale non può essere rimproverato nulla. Luzzi e Diodati traducono <<irreprensibile>>.

7.    In amore: il vocabolo greco è agàpe. Nel Nuovo Testamento rappresenta l’amore di Dio per gli uomini e dei credenti verso Dio. E’ un amore che scaturisce dal cielo ed è quindi soprannaturale e divino. Il Padre manifesta la pienezza dell’agàpe nell’incarnazione del Figlio e nel sacrificio di Gesù sulla croce. Dio é per natura intrinseca agàpe, cioè amore (I Giov. 4:8).

8.    L’adozione come figli: il termine greco hyiothesìa appartiene alla sfera giuridica e nella Grecia antica indicava la pratica dell’adozione, ovvero l’azione giuridica mediante la quale si rendeva qualcuno proprio figlio.

9.     Liberazione dietro pagamento di riscatto: il termine greco apolýtrosis è una parola fondamentale del Nuovo Testamento e indica propriamente la <<liberazione dietro pagamento di un riscatto>>. La redenzione è quindi una liberazione dai peccati realizzata da Gesù, il Redentore, attraverso il  pagamento di un riscatto altissimo: il suo sangue versato sulla croce (vedi I Timoteo 2:6; I Pietro 1:18).

10.  Il lasciare andare i passi falsi: si tratta di una traduzione il più possibile vicina al significato del testo originale. Con “lasciar andare” abbiamo tradotto il vocabolo greco áfesis che nella sua accezione primaria, include l’idea del “lasciar andare” una nave legata ad un molo ed anche l’idea della liberazione di prigionieri (vedi Luca 4:18). Il vocabolo áfesis è tradotto per lo più <<perdono>> o <<remissione>> e si riferisce al perdono gratuito concesso da Gesù Cristo secondo le ricchezze della sua grazia. Il termine greco qui tradotto <<passi falsi>> è paráptōma, deverbativo del verbo parapipto = cadere a lato, che dà l’idea che il peccato sia un passo falso che determina la caduta o l’uscita di strada.

11.  Mistero: il termine greco mystérion indica un segreto divino e qualcosa che trascende l’intelligenza umana (Liddell-Scott), che viene conosciuto soltanto mediante la rivelazione divina.

12.  Pienezza dei tempi propizi: è il tempo giusto e decisivo per la rivelazione del mistero di Cristo nella storia dell’umanità (vedi Gal. 4.4). E’ stato tradotto <<tempi propizi>> il sostantivo greco kairós (nel testo originale al plurale), indicante il tempo o il momento giusto e decisivo per la buona riuscita dell’azione.

13.  Destinati in anticipo: il verbo greco proorízo è composto dal preverbio pro, che significa <<in anticipo, in presenza>>, e il verbo orìzo, che indica il tracciare delle linee per separare o dividere dei territori. Proorízo quindi significa: <<separare o dividere prima>>. La predestinazione è un’opera concepita da Dio nell’eternità e consiste appunto nella “formulazione anticipata” di progetti speciali che riguardano direttamente i figli di Dio, affinché essi siano perfettamente al centro della volontà di Dio e siano partecipi delle sue ricchezze di grazia in Cristo Gesù.

14.  La decisione della volontà di lui: la predestinazione attiene esclusivamente <<alla decisione della volontà di lui>>, che è –ricordiamolo sempre- colui che preconosce tutti e pesa gli spiriti di tutti. Il termine greco qui tradotto <<decisione>> è bulé suggerisce l’idea di una decisione maturata nell’ambito di un progetto della volontà personale di Dio, senza intrusioni o influenze di alcun genere.

15.  Segnati da un sigillo: il sigillo nell’antichità era una sorta di timbro posto su un documento o su una lettera mediante un anello dotato di  incisioni particolari, che rivelava l’emittente del messaggio. Nella lingua greca questo anello che riproduceva il sigillo si chiamava sfraghìs ed era fabbricato con gemme e pietre dure e preziose. Nel Nuovo Testamento lo sfraghìs è il sigillo dello Spirito Santo posto dal Padre sul suo figliolo, Gesù Cristo (vedi Giov. 6:27), il quale, a sua volta, lo appone su tutti coloro che credono nel suo nome come segno della sua signoria.

16.  Caparra: il vocabolo greco arrabón indica la <<caparra, cioè la cauzione depositata dall’acquirente e non restituita ove il negozio non venga concluso>> (Liddell-Scott). Arrabōn è quindi lo Spirito santo inteso come un deposito di Dio nel cuore del credente, che ci garantisce di essere in Cristo la <<proprietà acquistata da Dio>>, cauzionata in vista della piena redenzione.

17.  In conoscenza superiore: traduciamo “conoscenza superiore” il termine greco epignósis che indica propriamente la conoscenza superiore e piena di qualcuno o di qualcosa.

18.  Chiamata: il vocabolo greco è klésis, che vuol dire letteralmente <<chiamata, appello, invito>> (Liddell-Scott). Con questo termine nel linguaggio neotestamentario si suole indicare la chiamata di Dio rivolta ai peccatori che dovranno partecipare alla salvezza, vale a dire, la voce di Dio che l’uomo ode nell’interiore e che l’orienta verso la vita eterna.

19.  Eredità: il termine greco tradotto eredità è klēronomía e vuol dire propriamente <<la porzione o parte che si riceve in sorte>> (cfr. Luca 12:13; Atti 13:19; Atti 20:32; Galati 3:18; Efesini 5:5; Colossesi 3:24; I Pietro 1:4). Colui che riceve il sorte la sua parte o la klēronomía é il klerónomos, ossia il credente che rappresenta l’erede di Dio e il coerede di Cristo (cfr. Romani 8:7; Tito 3:7).

20.  Svegliando lui dai morti: traduciamo così il verbo greco eghéiro nella sua accezione letterale che è quella di <<svegliare, levarsi, mettersi dritto>>. Il verbo eghéiro nel Nuovo Testamento assume molteplici valenze semantiche, seppur tra loro affini. Per esempio, nella guarigione della suocera di Pietro raccontata in Marco 1:29-31, è scritto che Gesù <<la prese per mano e l’alzò>> (v. 31). In questo caso il verbo tradotto <<alzare>> è appunto eghéiro. Così in Marco 9:27, ove si descrive la guarigione del fanciullo epilettico, leggiamo <<Ma Gesù, presolo per mano, lo sollevò (il verbo greco è eghéiro), ed egli si alzò in piedi>>. È chiaro che il verbo greco eghéiro reca in sé l’idea dello svegliarsi e dell’alzarsi, e in relazione alla morte, prospetta l’immagine della risurrezione intesa come un risveglio e/o un rialzamento dalla morte. Dagli esempi sopra riportati e da una lettura integrale dei Vangeli è evidente che Gesù è <<la risurrezione e la vita>> (Giovanni 11:25), cioè colui che può rialzare e risollevare tutti, non solo gli infermi e gli oppressi, ma anche i morti. Ricordiamo Gesù davanti al sepolcro di Lazzaro? E le donne davanti al sepolcro vuoto di Gesù? Tornando all’ambito lessicale, bisogna aggiungere che nel Nuovo Testamento viene usato un altro vocabolo per indicare il risorgere di Cristo, il verbo anístemi, che esprime l’idea di un movimento di anabasi, cioè dal basso verso l’alto, e più precisamente, di rialzamento dopo essersi coricati.

21.  Capo sopra tutte le cose: il termine greco è kefalé (vocabolo che in italiano dà origine ad un’ampia famiglia semantica) che indica il capo di un corpo ossia la parte superiore di un organismo fisico, che noi comunemente chiamiamo “testa”. Gesù Cristo è il capo supremo posto <<al si sopra di ogni principato, potestà, potenza, signoria e di ogni nome che sia nominato …>>, ma è soprattutto il capo della chiesa che è il suo corpo, vale a dire un suo organismo speciale formato da credenti eletti nell’eternità e riscattati nella temporalità questo corpo è perfetto ed armonico Cristo condivide, in tutta la sua pienezza, la sua Deità (cfr. scheda 1, Kefalé e soma).

22.  Chiesa: la parola greca ekklesía deriva dal verbo greco ekkaléo che significa <<chiamare fuori>>. Pertanto l’ekklesiá è secondo l’etimo originario <<colei che è chiamata fuori>>, vale a dire l’assemblea di tutte le anime che, credendo in Gesù Cristo quale Salvatore e Signore, “ escono fuori” dal mondo e costituiscono una nuova realtà spirituale chiamata chiesa (cfr. Matteo 18:17; Atti 5:11; Atti 8:1; Romani 16:1; I Cor. 1:2; I Cor. 4:17).

23.  Corpo di lui: il vocabolo greco sóma si riferisce sia al corpo di un animale sia a quello di un uomo. In questo verso l’apostolo Paolo rivela un grande mistero e una condizione privilegiata: la Chiesa è il corpo di Cristo, poiché gode di una comunione straordinaria ed unica con Gesù Cristo, che è il suo capo. Nessun angelo, nessun principato, nessuna potestà o signoria può vantare di essere il <<corpo di Cristo>>, cioè un organismo strettamente unito a Cristo come appunto è la chiesa formata dai figli di Dio.

24.  La pienezza di colui…: traduciamo così uno dei termini principali della lingua neotestamentario, cioè la parola pléroma. Pléroma significa <<natura perfetta e completa>>, ma anche <<pienezza>>. Il vocabolo pléroma ricorre una dozzina di volte nel Nuovo Testamento e per lo più in riferimento a Cristo, il Figlio di Dio, in cui <<abita corporalmente tutta la pienezza della Deità>> (Col. 2:9). In Efesini 1:23, la Chiesa è chiamata il <<pléroma di Cristo>>, la pienezza o il riempimento di colui che riempie con la sua grazia,  con i suoi doni e i suoi ministeri pienamente ogni membro del suo corpo spirituale, che è la Chiesa. La chiesa, intesa quale corpo di Cristo, è la più alta e compiuta espressione della pienezza di Cristo, che la riempie di sé e delle sue ricchezze spirituali in tutte le sue parti.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Approfondimenti


 

 

 

ý Alle radici della dottrina apostolica 2

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Approfondimenti 

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Scheda di approfondimento 1

 

 

Capo e corpo

(di Domenico Solina)

 

 

         L’immagine metaforica, tutta fisica ed organica del corpo (in greco sóma), rivelata dallo Spirito Santo all’apostolo delle genti è una delle più pregnanti ed efficaci di tutta la Bibbia.

La chiesa è agli occhi di Dio, suo architetto e creatore, un corpo, cioè un organismo spirituale e vivente, dotato di dinamicità e grazia divina, al pari di quello umano, ma, indubbiamente, con delle peculiarità che lo distinguono da quello fisico, soggetto a corruzione e morte.

Questo corpo spirituale costituito da tutti coloro che sono nati di nuovo non è quello corruttibile di cui parla il giusto Giobbe dicendo: <<intanto questo mio corpo si disfa come legno tarlato, come un abito roso dalle tignole>> (Giobbe 13:28; trad. G. Luzzi), ma è, piuttosto, un “corpo mistico” che vivrà in eterno in comunione con Gesù Cristo, che ne è il Capo (in greco kefalé) e da cui trae origine, crescita e pieno sviluppo ogni membro, ogni giuntura e ogni singola parte (vedi Ef. 4:16).

Si può sostenere peraltro, alla luce delle Sacre Scritture, che è un corpo che gode di perfetta integrità e unità, che è assolutamente uno, pur garantendo nelle sue membra la vita e lo sviluppo di diversità molteplici relativamente a virtù e a capacità divine e sovrannaturali.

Ma leggiamo alcuni versi fondamentali che ci illuminano a tal proposito: <<Poiché, siccome il corpo è uno ed ha molte membra, e tutte le membra del corpo, benché siano molte, formano un unico corpo, così ancora è di Cristo>> (I Cor, 12:12).

L’apostolo formula in questo verso la dottrina dell’unità e della diversità in relazione alle membra del corpo di Cristo: il corpo è perfettamente uno nonostante convivono in esso numerose anime, molteplici doni, virtù e ministeri differenti.

Questo reductio ad unum -per usare un espressione latina- questo amalgama di svariati elementi divini e umani, di grazie celesti e anime santificate dallo Spirito Santo è uno stupendo miracolo di Dio che, abitando in questo corpo, costituisce l’identità più virtuosa e attraente tra tutte le creature celesti che sarà lodata nei cieli per la sua incomparabile bellezza, come la Sposa tanto decantata da Salomone nel Cantico dei cantici, figura della Chiesa, sposa e corpo di Cristo: <<Ma la mia colomba, la mia perfetta è unica; è l’unica di sua madre, la prescelta di colei che l’ha partorita. Le fanciulle l’hanno vista e l’hanno proclamata beata, sì, anche le regine e le concubine, e l’hanno lodata. Chi è costei che appare come l’alba, bella come la luna, pura come il sole, tremenda come un esercito a bandiere spiegate?>> (Cant. 6:9-10).

Ciò che caratterizza la Shulammita esaltata dal re Salomone è una bellezza unica e impareggiabile descritta in forma poetica – ricordiamo che il Cantico dei Cantici è uno dei cinque libri poetici del Vecchio Testamento – attraverso il ricorso a metafore e similitudini assai delicate e pregevoli tratte soprattutto dal mondo naturale e animale, che servono a rappresentare con grande finezza alcune qualità e virtù spirituali della Chiesa, corpo e sposa di Cristo:

1.     La fedeltà assoluta allo Sposo che è Cristo (<<la mia colomba>> vers. 9a)

2.     La perfezione divina del Corpo di Cristo (<<la mia perfetta>> vers. 9a)

Ricordiamo sempre quanto scrisse l’apostolo Paolo: << (la Chiesa) è il corpo di Lui, la pienezza (o anche il compimento) di Colui che tutte le cose in tutti riempie>> (Ef. 1:23).

3.     La nascita luminosa e gloriosa del corpo di Cristo (<<chi è costei che appare come l’alba>> vers.10).

Il corpo di Cristo, nella sua genesi storica e spirituale, che si suol collocare nei giorni della Pentecoste di Gerusalemme, quando i centoventi vennero battezzati nello Spirito santo e parlarono con lingue di fuoco (confronta Atti 2) <<appare come l’alba>>, perché con la Chiesa iniziò una nuova era, quella cristiana, e si diffuse una nuova luce, quella del messaggio evangelico, alba di speranza per tutti i popoli.

4.     La crescita  progressiva e perfetta del corpo di Cristo (<<bella come la luna>>, vers. 10).

Il corpo di Cristo, dopo la sua nascita e dopo aver conseguito il suo pieno sviluppo nella sua dimensione storica e temporale (pensate, per esempio, alla Chiesa ai suoi albori  senza la varietà dei ministeri e senza la specializzazione delle funzioni dei suoi ministeri) è una Chiesa <<bella come la luna>>, che manifesta la bellezza armoniosa e sovrannaturale della chàris del suo Capo, Gesù Cristo. Tuttavia il corpo di Cristo avrà una sua purezza perfetta soltanto quando sarà nella gloria eterna dei cieli. Infatti il sole nel linguaggio biblico è il Signore (vedi Mal. 4:2;  Matt. 17:2; Apoc. 1:16; Apoc. 21:23) e il profeta Isaia rivela che nell’eternità, quando sarà instaurato il regno del Messia <<la luce della luna sarà come la luce del sole, e la luce del sole sarà sette volte più forte, come la luce di sette giorni, nel giorno in cui l’Eterno fascerà la piaga del suo popolo e guarirà la ferita prodotta dalle sue percosse>> (Is. 30:26).

Naturalmente la luce della luna di cui parlano il Cantico dei cantici e Isaia attiene al corpo di Cristo nella sua dimensione storica e temporale, mentre la luce pura del sole riguarda il corpo di Cristo nella sua dimensione metatemporale ed eterna. In altri termini, noi che crediamo in Cristo e viviamo per grazia in quanto corpo glorioso e soprannaturale chiamato chiesa, quando sarà venuta la perfezione e <<quando Egli sarà manifestato, saremo simili a Lui, perché lo vedremo come Egli è>> (I Giov. 3:2).

Un giorno –per noi credenti giorno beato e tanto atteso – il <<sole della giustizia>> apparirà e quando la luce solare del Cristo ci avvolgerà, i figli di Dio saranno tutti simili al Figlio di Dio. A questo punto il corpo di Cristo sarà, secondo quanto scritto sotto ispirazione divina da Salomone, la Sposa dell’Agnello <<pura come il sole>> e come afferma Isaia <<la luce della luna sarà come la luce del sole>> (Is. 30:26). Che gloriose promesse per il corpo di Lui, la Chiesa di Gesù Cristo! Perciò <<chiunque ha questa speranza in lui, purifichi se stesso come Egli è puro>> (I Giov. 3:3).

Per adesso accontentiamoci dell’essere partecipi di un corpo così glorioso qual è la Chiesa e cerchiamo tutti insieme di contribuire alla sua crescita e al suo perfetto sviluppo. Questo corpo è stato definito dall’apostolo Paolo <<pléroma di Cristo>> (Ef. 1:23), vale a dire <<pienezza o compimento perfetto>> dell’opera di Cristo.

Così, mentre nel Figlio di Dio abita tutta la pienezza della Deità (in greco pléroma vuol dire pienezza perfetta) <<perché è piaciuto al Padre di far abitare in lui tutta la pienezza>> (Col. 1:19), nella Chiesa che è il corpo di Cristo, a Dio è piaciuto di far abitare il pléroma del Figlio, affinché la Chiesa diventasse il poíema, l’opera d’arte e il capolavoro del Figlio di Dio secondo quanto si legge: <<di Lui infatti siamo opera d’arte essendo stati prodotti in Cristo Gesù per le opere buone…>> (Ef. 2:10). La Chiesa è dunque il capolavoro sublime e meraviglioso di un artista raffinato che non è affatto umano, come Leonardo da Vinci, Michelangelo o Van Gogh, ma che ha disegnato questa creatura speciale da buon architetto nelle stanze eterne e l’ha plasmata, nelle età storiche, per mezzo del Figlio suo e dello spirito Santo.

Tra tutte le sue creature la Chiesa è il poíema, un’opera d’arte speciale e inconfondibile che reca in sé le caratteristiche distintive e le qualità sovrannaturali del Figlio di Dio.

Tuttavia, non bisogna dimenticare che per chiesa quale corpo di Cristo, non intendiamo un’istituzione creata dagli uomini volta a realizzare progetti e fini terreni e carnali sotto l’egida di qualche ideale o principio religioso seppur ispirato al cristianesimo. Il corpo di Cristo è la chiesa dei santi, dei fedeli di Cristo, cioè dei riscattati dal sangue dell’Agnello ben preordinato prima della fondazione del mondo, che, dopo essere nati di nuovo per opera dello Spirito, una volta divenuti figli di Dio, vivono esclusivamente per servire ed amare Dio seguendo gli impulsi del capo del corpo, Gesù Cristo.

Il fine di ogni membro del corpo di Cristo è -come è stato detto- essere ripieni di tutta la pienezza di Dio e ciò è possibile solo nella sfera dell’agápe, l’amore oblativo di Dio.

Così infatti scrive l’apostolo Paolo: <<affinché radicati e fondati nell’amore (in greco agápe), possiate comprendere con tutti i santi quale sia la larghezza, la lunghezza, la profondità e l’altezza, e conoscere l’amore di Cristo che sopravanza ogni conoscenza, affinché siate ripieni di tutta la pienezza di Dio>> (Ef. 3:18-19). Chi vive in Cristo e nel corpo di Cristo è nutrito, radicato e fondato nell’agápe, l’amore divino che è il principio fondamentale della nascita, della crescita e del perfezionamento della chiesa, quale corpo di Cristo. Vivere nell’agápe di Dio assicura a tutte le membra del corpo di Cristo <<il pléroma di Dio>>, ossia la pienezza della vita di Dio, di tutte le sue qualità, di tutte le sue virtù, dei suoi doni, dei suoi carismi e dei suoi ministeri che dal Capo vengono trasmessi al corpo. Per essere più chiaro userò un’immagine fisiologica relativa al nostro corpo terreno.

Il nostro corpo nasce, si sviluppa e vive grazie ai gas e ai principi nutritivi veicolati in tutto l’organismo da quel liquido un po’ viscoso che noi chiamiamo sangue.

Il sangue trasportando sostanze nutritive di vario genere garantisce la vita a tutte le parti del corpo: dove giunge il sangue c’è la vita fisica e organica, e di conseguenza, lo sviluppo completo del nostro corpo.

Allo stesso modo avviene per l’agápe. L’amore divino è il principio spirituale che nutre ed alimenta ogni componente -anche la più piccola e nascosta- del corpo di Cristo rendendola ricca di virtù e perfetta. Ricordiamo le meravigliose parole del Signore Gesù che scandalizzarono molti giudei? Egli disse: <<In verità, in verità vi dico che se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete la vita (in greco zoé) in voi>> (Giov. 6:53).

Indubbiamente Gesù non intendeva fare bere ai discepoli il liquido rosso che scorreva nelle sue vene e un’esegesi di tal genere sarebbe assurda e improponibile per tanti motivi, sebbene sia stata proposta dagli studiosi che credono nel dogma della transustanziazione del pane e del vino.

Quando Gesù affermava <<se non bevete il sangue del figlio dell’uomo non avete la vita in voi >>, alludeva alla potenza che scaturisce dal suo sacrificio in croce, la quale avrebbe prodotto in noi, dopo aver annullato il peccato, la vita eterna.

Ma quel sangue versato al Calvario rappresenta la manifestazione più alta e profonda dell’agápe di Dio, cioè l’amore eterno del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, profuso nella Chiesa, affinché essa potesse vivere alimentata dalla vita di Dio.

Il corpo di Cristo è tuttora nutrito e vitalizzato in tutte le sue parti dal sangue di Cristo che è l’esplessione più eccellente dell’ agápe di Dio e permette alla Chiesa di crescere e giungere al pléroma di Dio.

Sempre Paolo nel capitolo 4 di Efesini argomentando sul <<perfezionamento dei santi e sull’edificazione del corpo di Cristo>> (Ef. 4:12), e altresì sul raggiungimento della <<statura della pienezza di Cristo>> (Ef. 4:13), conclude in questo modo: <<ma dicendo la verità con amore (in greco agápe) cresciamo in ogni cosa verso colui che è il Capo, cioè Cristo. Dal quale tutto il corpo, ben connesso e unito insieme, mediante il contributo fornito da ogni giuntura e secondo il vigore di ogni singola parte, produce la crescita del corpo per l’edificazione di se stesso nell’amore (in greco agápe)>> (Ef. 4:15-16).

La Chiesa  cresce grazie alla stretta sinergia di due principi fondamentali della vita cristiana, cioè la verità e l’amore. Senza la verità di Dio e senza l’amore di Cristo, non c’è possibilità di crescita per le membra del corpo di Cristo. Il vero corpo di Cristo cresce “ben connesso e unito insieme” in ogni singola parte verso il Capo, Gesù Cristo, grazie alla verità e all’amore di Dio, già qui sulla terra, tendendo al pléroma divino e tendendo alla perfezione che si realizzerà pienamente quando Gesù Cristo apparirà.

 

 

 

 

 

 

Scheda di approfondimento 4

 

 

Il mistero di Dio rivelato in Cristo

(di Domenico Solina)

 

 

             

a) Il mistero nella Grecia antica.

Prima di pervenire all’analisi del concetto di mistero in ambito biblico e apostolico è utile esaminare il termine sia dal punto di vista etimologico sia dal punto di vista storico-religioso.

La radice verbale che dà origine al vocabolo greco mystérion è mýo che significa etimologicamente <<chiudersi, star chiuso>>. Da questa radice verbale provengono parole italiane come <<muto>> e <<miope>>, che rappresentano sulla base di cause antiche il mutismo come la “chiusura della bocca” e la miopia come una chiusura parziale dell’organo visivo.

Secondo l’etimo originario mystérion è anch’esso un “atto di chiusura”, è qualcosa di chiuso, di nascosto, che deve permanere segreto (vedi nota lessicale 62).

Nella sfera esoterica e religiosa dell’antica Grecia, quella dei misteri, il mistero rappresentava una conoscenza esclusiva ed elitaria riservata soltanto ad una stretta cerchia di iniziati che avevano l’obbligo religioso di tacere le cose viste e udite durante i culti misterici. Se un iniziato ai misteri di Dionisio o di Osiride –per fare un esempio- avesse raccontato quanto visto o sperimentato nei riti speciali in onore della divinità, sarebbe stato accusato di asébeia, cioè di empietà.

I misteri erano dunque dei “segreti divini” che la divinità rivelava in momenti particolari del rito misterico ai suoi fedeli iniziati, ai quali imponeva il silenzio assoluto affinché la rivelazione rimanesse circoscritta nel “recinto” dei pochi adepti.

 

b) Il mistero taciuto per lunghissimi tempi

Dopo questa premessa di carattere linguistico e storico-religioso, utile ad una più profonda comprensione del termine mystérion, addentriamoci nelle Sacre Scritture alla scoperta del “mistero di Dio”.

Innanzi tutto occorre dire che Dio ha avuto sempre alcuni segreti nascosti che ha rivelato nel corso della storia veterotestamentaria ai suoi profeti con cui instaura un rapporto speciale. E’ scritto che <<il Signore, l’Eterno, non fa nulla, senza rivelare il suo segreto (in ebraico sōd) ai suoi servi, i profeti>> (Amos 3:7).

Infatti, nel Vecchio Testamento possiamo conoscere un buon numero di profeti che, ognuno nella propria generazione, ha ricevuto delle rivelazioni divine sulla storia d’Israele, sul Messia che sarebbe venuto negli ultimi tempi. In particolar modo, Isaia, Ezechiele, Daniele, ma anche altri profeti hanno ricevuto rivelazioni cristologiche, ecclesiologiche ed escatologiche relative alla venuta del Messia e alla sua incarnazione, alla Chiesa che sarebbe nata e agli ultimi tempi. Tra le più sublimi rivelazioni cristologiche vi è quella del fanciullo nato dalla vergine che sarà chiamato Emmanuel, cioè Dio è con noi (Isaia 7:14); quella del figlio che prenderà sulle spalle l’impero di Dio e sarà chiamato <<Consigliere ammirabile, Dio potente, Padre eterno, principe della pace>> (Isaia 9:5). Tuttavia non si possono dimenticare le profezie messianiche di Michea, di Ezechiele e di Daniele, che, qui, per ovvie ragioni, non citiamo.

Quel che più ci interessa in questo momento sono le rivelazioni ecclesiologiche, cioè le profezie relative alla chiesa che sarebbe nata grazie al sacrificio del nostro Signore Gesù Cristo e all’opera dello Spirito santo.

Per esempio, nel libro del profeta Isaia, ad un certo punto si legge: <<poiché l’Eterno avrà pietà di Giacobbe, sceglierà ancora Israele e li ristabilirà sulla loro terra, gli stranieri si uniranno a loro e si stringeranno alla casa di Giacobbe>> (Isaia 14:1).

Questo messaggio profetico concesso ad Isaia è una “rivelazione embrionale” che attiene al mistero di cui scrive l’apostolo Paolo agli Efesini, concernente l’unione nella Chiesa, corpo di Cristo, di giudei e pagani, al di là delle differenze etiniche, geografiche e culturali.

Così in Isaia troviamo scritto che <<gli stranieri si uniscono ai giudei>>, in Efesini invece noi leggiamo che i <<gentili sono coeredi dello stesso corpo e partecipi della sua prodezza in Cristo mediante l’evangelo>> (Ef.3:6). E’ il medesimo Spirito che rivela la stessa cosa: il mistero di Dio e il piano della sua volontà che sarà attuato compiutamente in Cristo. Sono cambiati soltanto i destinatari della rivelazione: il primo è Isaia, il secondo è Paolo. A questo punto, però, è importante focalizzare l’attenzione su un verso fondamentale per il nostro argomento. Paolo spiega agli Efesini che il mistero nascosto nelle età passate è stato ora –cioè ai tempi dell’incarnazione di Cristo e della predicazione apostolica- rivelato ai santi apostoli di Gesù Cristo e ai suoi profeti in una maniera nitida e perfetta, come mai era avvenuto in precedenza.

Ma leggiamo i due versetti in questione <<Nel leggere questo, voi potete capire quale sia la mia intelligenza del mistero di Cristo, che non fu dato a conoscere nelle altre età ai figli degli uomini, come ora è stato rivelato ai santi apostoli e ai suoi profeti per mezzo dello Spirito>> (Ef. 3:4-5).

L’apostolo non afferma che il mistero nelle età che precedettero l’incarnazione di Cristo non è stato rivelato, ma, piuttosto, vuole richiamare la nostra attenzione sul fatto che il mistero, pur rivelato in uno stato embrionale ai profeti dell’Antico Testamento, è stato rivelato pienamente e perfettamente ai santi apostoli e profeti della dispensazione della grazia.

Per tale ragione è stato sottolineato quel <<come ora>> che palesa con grande chiarezza come nell’era della grazia, il mistero fosse nascosto e circoscritto nell’ambito giudaico e profetico veterotestamentario e che questo mistero sarebbe “uscito fuori” dalla segretezza ordinata da Dio per essere annunciato e insegnato in tutto il mondo per mezzo della Chiesa.

Anzi, c’è di più. La Chiesa, in qualità di depositaria del mistero di Dio, è chiamata a manifestare la “multiforme sapienza di Dio” non solo al mondo terreno, ma anche al mondo celeste. Infatti sta scritto: <<affinché per mezzo della Chiesa, nel tempo presente sia manifestata ai principati e alle potestà, nei luoghi celesti, la multiforme sapienza di Dio>> (Ef. 3:10). Quindi, anche principati e potestà, per mezzo dell’ekklesía, la Chiesa di Gesù Cristo, conosceranno la profondità del mistero di Dio.

Il mistero dunque “esce dal nascondiglio” in cui Dio l’aveva relegato grazie alla rivelazione (in greco apokalypsís), che Dio concede ai suoi apostoli e profeti nel tempo della grazia.

Così, la rivelazione apostolica porta alla luce il mistero di Dio a beneficio di tutti i popoli. Il mistero quindi non è più retaggio esclusivo di una nazione, i popoli del mondo, senza alcuna discriminazione etnica e/o culturale.

Il mistero di Dio insieme al piano perfetto della sua volontà da attuare in Cristo, <<taciuto per lunghissimi tempi>> (vedi Rom. 16:25) viene <<ora manifestato e rivelato fra tutte le genti>> (Rom. 16:26) . Anche qui, negli ultimi versi dell’epistola ai Romani, l’apostolo Paolo scrive <<ora>> riferendosi al tempo della nuova dispensazione della grazia durante la quale vengono amministrate nella Chiesa le ricchezze della sua gloria e la sua multiforme sapienza.

 

 Studi Pastore Dott. Domenico Solina